Borknagar – “Borknagar” (1996)

Artist: Borknagar
Title: “Borknagar”
Label: Malicious Records
Year: 1996
Genre: Viking/Black Metal
Country: Norvegia

Tracklist:
1. “Vintervredets Sjelesagn”
2. “Tanker Mot Tind (Kvelding)”
3. “Svartskogs Gilde”
4. “Ved Steingard”
5. “Krigsstev”
6. “Dauden”
7. “Grimskalle Trell”
8. “Nord Naagauk”
9. “Fandens Allheim”
10. “Tanker Mot Tind (Gryning)”

Quanto può essere presuntuoso cercare di ammaestrare lo scorrere del tempo, di inseguire con crescente angoscia e sfinimento la terribile chimera della vecchiaia, o di trattenere tra le mani qualche granello di sabbia in più dal suo lento eppure inesorabile passaggio da una ampolla all’altra della clessidra? Eppure, la tentazione sembra soggiungere sempre; e la si sente soprattutto quando si contano gli anni sulle mani piuttosto che con gli occhi o con le orecchie. Ecco svelato il segreto per l’eterna giovinezza: rimanere al di là dello specchio di Alice, avere il coraggio di guardare il proprio ritratto orrendo prendendo a schiaffi la codardia del (si fa per dire) buon Dorian Gray, affrontare l’inesorabile valutando con cognizione i danni, e armandosi di quel soffio di eternità che solo quello specchio e quel quadro sono in grado di dare e che fa davvero diradare la nebbia e ragionare a mente più lucida. E se si proietta questo discorso su un piano prettamente musicale, l’arsenale che ci viene in mente, spesso senza neanche pensarci troppo, consta di un buon numero di compagni di vita che ri-suonano da anni -e per gli anni- sempre le stesse note, suscitando sempre lo stesso entusiasmo. Alcune sfumature e percezioni possono cambiare, naturalmente, altre invece non mutano affatto – e sta qui il soffio di eternità, nella loro capacità cioè di farci sentire a casa nonostante l’avanzare del tempo.

Il logo della band

A trent’anni dall’uscita, il debut dei Borknagar sortisce per chi scrive proprio questo preciso effetto, e il suo grande pregio sta nella eterna sicurezza che infonde nell’ascoltatore, conscio senza esitazioni che quest’effetto non svanirà mai. Cosa fa dunque di questo album, peraltro d’esordio, un disco che attraversa di ora in ora, da tre decadi, con la stessa forza di sempre gli oceani del tempo? È essenzialmente un debut completo, ma di quelle completezze tanto sbalorditive da essere per l’appunto senza tempo in essenza, estremamente formato, incredibilmente solido in barba alla presenza di così tanti intermezzi e momenti di passaggio (o forse proprio in virtù della narratività -da imbrunire ad albeggiare- che porta in sé), indubbiamente ben scritto, specie se si considerano i soli vent’anni dell’Oysten Garnes Brun ideatore unico del progetto (e ancor di più l’appena maggiorenne secondo compositore Peersen, enfant prodige già da qualche anno di stanza nei suoi Enslaved), con un’identità inconfondibile e che non tradisce le sue radici, né nasconde i semi che han fatto crescere i suoi fiori, tra i quali vi sono non trascurabilmente quelli di un certo ed atipico “Blod-draum” dei Molested, dello stesso Brun, che pur se ancora in territori Death Metal giusto l’anno prima manifesta e materializza la tensione del musicista verso i lidi più folkloristici e per certi versi nazional-romantici in musica estrema.
Anche cercando coscientemente di evitare la retorica pedante che trova il suo più tangibile apporto positivo nella sua sola data di rilascio, in questo caso vale forse la pena soffermarsi su quanto questo omonimo figlio portentoso abbia fatto scuola e si sia distinto dai suoi compagni di banco. Era la Norvegia del 1996 (e dove e quando sarebbe, del resto, mai potuto nascere un disco del genere se non lì e in quel momento?), e “Dark Medieval Times” era uscito da oltre due anni, idem per “Frost”; l’in qualche modo parente “Bergtatt” appena un anno prima. In quel frangente era sorto un modo così unico di creare un’atmosfera tutta evocativa, spaventosamente immaginifica, che anche un progetto come questo, con queste premesse, non poteva non segnare un punto di non ritorno. Istintivamente allora non si può non sentire quanto trovi eco nel concetto di un passaggio in stereo come “Tanker Mot Tind” uno dei capolavori assoluti dei Satyricon: ritroviamo addirittura le stesse trombe e tamburi resuscitati dai secoli oscuri, il cui avvicinarsi al nostro presente è scandito marzialmente da un incastrarsi di melodie che atterra la violenza per far trionfare la nobiltà di un suono che sa di dominare con garbo patrizio.

La band

E quanto ci sentiamo al sicuro tra le fila degli imponenti cori di “Krigsstev” come quelli di “Nord Naagauk” (preludio ai Moonsorrow di oltre un lustro più tardi), che guarda con così tanta ammirazione alle melodie declamatorie di “The Shadowthrone”, da cui prendono in affitto anche lo spruzzo qua e là del suono caldo della classica? E l’omaggio, che sia intenzionale o meno, vien fuori anche se non soprattutto nella voce così unica e così inconfondibile di Garm, pronta ad essere replicata così feroce, distorta e bestiale soltanto nell’eccesso ferino di “Nattens Madrigal” un anno più tardi. In questo debutto più che altrove, lo scream è infatti corrosivo, acido, incredibilmente raw nonostante una incredibile produzione firmata Pytten dalla ariosità ed apertura di cristallina visione che lo rende eccezionalmente rumoroso ma poco sporco di per sé; uno stile che quindi non solo ricorda propriamente quello profetizzato da Satyr, ma che soprattutto è anticamera degli otto esiti til ulven i manden dei suoi stessi Ulver, nonché gemellare all’approccio che permea “Aspera Hiems Symfonia”, uscito esattamente un mese prima; e anche qui, il parentado sia con gli Arcturus che con la più storica band di Kristoffer Rygg, intreccia le clean vocals del magico classico “Dauden” ai canti corali eterei della già citata fiaba montana “Bergtatt”. Ma, soprattutto se rapportata com’è normale al caso dei lavori a cui l’appena nata super-band norvegese in oggetto poteva guardare, e degli altri progetti che i singoli membri portavano avanti contestualmente (si pensi anche a Grim alle pelli qui come dal vivo per gli Immortal del periodo “Pure Holocaust”, e particolarmente ad un non proprio irrilevante Infernus al basso, e ai suoi Gorgoroth dei più che affini “Pentagram” ed “Antichrist”, quest’ultimo a sua volta uscito giusto un mese anzitempo e sulla medesima Malicious Records di “Borknagar”), quel che emerge è la chiara volontà di dar sfogo ad una creatività sotterranea e dilagante che assuma molteplici sfumature e forme, e che, forte della sua idea di Black Metal norreno (o meglio: Norwegian Folklore Metal, come presentata da Brun all’epoca) pienamente espressa nell’interludio-menifesto “Ved Steingard” non sprofonda mai in sterile imitazione o ripetitività. L’approccio corale proposto nei primi Ulver, e non soltanto in “Kveldssanger”, è appunto etereo e riesce ad ottenere questo effetto perché si fonde come una nebbia nella struttura dei brani. Nel debutto dei Borknagar la voce di Garm, a dispetto della brumosa copertina (uno scatto ad opera del padre dello stesso Oysten, rinomato fotografo paesaggista autore anche di quello del castello nel Telemark che adorna l’interno di “In The Nightside Eclipse”), sia in pulito che in scream va quasi al contrario: è la controparte che scandisce e completa le singole sezioni ritmiche, accentuando con poesia in lingua pagana il procedere spigoloso e stupendamente tagliente di chitarre che troveranno il proprio pari sonoro solo in quelle di “The Dawn Of The Dying Sun” degli Hades, nel 1997, con inafferrabili riff serratissimi per ritmi eppure suonati aperti come la tradizione musicale popolare detta, velocissimi e con melodie incredibilmente angolari, ben poco servili all’orecchio, che non ammettono alcuna distinzione tra un passaggio e l’altro.
Urla e chitarre si muovono quindi all’unisono seguendo una sintassi spezzata che crea una struttura dalle maglie inscalfibili (si pensi all’opener “Vintervredets Sjelesagn“), all’interno della quale un minimo di ariosità musicale si trova solo nell’elemento che forse davvero racchiude in sé più di altro la sfumatura progressiva di un disco già avanti per i suoi anni, e che ancor di più avrebbe contraddistinto il progetto specialmente nei suoi sviluppi successivi: quelle indimenticabili tastiere che si innestano e definiscono da sole la composizione in maniera del tutto imprevedibile, dando una ragione d’essere al disco intero e regalandogli la sua più inconfondibile atmosfera. Ad aprire la compostezza sigillata della struttura melodica di base è il loro suono morbido, incredibilmente ampio e fluido (la carica “Grimskalle Trell”), che non rinuncia ad evocare immagini glaciali come in “Svartskogs Gilde” pur rimanendo fedeli alla loro rotondità tiepida ed epica. E qui ritornano i soliti sospetti, perché questi tasti neri e bianchi condividono le stesse mani di “Vikingligr Veldi” e del più feroce disco blu degli Enslaved; ma in questo caso ci ballano due anni di mezzo, e il buon Ivar Bjørnson non voleva di certo creare una copia di sé stesso nell’atto di debuttare ad un secondo o terzo ballo in maschera, per di più questa volta d’altri. Il protagonismo delle tastiere in “Borknagar” ritorna pure in questo singolare tête-à-tête: in “Frost” non vengono scritte per aggiungere melodia, per dare un contributo centrale alla struttura dei brani; piuttosto, per dipingere un’atmosfera, per tratteggiare assieme al resto del caos d’attacco strumentale un paesaggio musicale che abbia un preciso suono ed umore d’insieme e che va semplicemente colorato con una semplicità e maestria impensabile per musicisti tanto alle prime prove in assoluto. E visto che dunque questi parenti tanto serpenti non si dimostrano, vale forse la pena esortare esplicitamente un ascolto anche allo strettamente coevo e già citato “Aspera Hiems Symfonia”, per sentire come il centralismo delle tastiere nel debut dei Borknagar non abbia niente a che vedere con l’uso strutturalmente sinfonico che ne fa Sverd (ed insieme Emperor, Covenant e Dimmu Borgir, per non parlare dei Limbonic Art) e, anzi, sembra quasi avvicinarsi addirittura di più a quello assolutamente complementare di come canta Garm. Gli Arcturus concepiscono una melodia che teatralmente va infatti avanti tutta insieme: la batteria asseconda il suono cangiante delle tastiere che, dal canto loro, non fanno da contrappunto alle chitarre o alla voce, non aprono la composizione ma la comandano; tutto scorre in un solo flusso che, per quanto barocco, non si spezza in più sezioni. Il modus cantandi del prossimo mutaforma Rygg nella sua altra band è quindi sicuramente più ecclettico, e si guarda allo specchio ritrovando sé stesso in un modo se vogliamo molto meno naturale e per forza di cose più ricercato, anche se non meno efficace, di quanto non faccia qui, nei Borknagar del 1996 e 1997. Qui non siamo ancora di fronte ai repentini sbalzi di registro e ai fraseggi erratici che diventeranno uno dei tratti distintivi dell’evoluzione compositiva sbalorditiva e scardinante di “La Masquerade Infernal” dall’altra parte; qui prevale la costruzione rigorosa eppure delirante, brutale, istintiva e serrata che respira davvero Black Metal novantiano tout court come pochissime altre al mondo, basti ascoltare “Fandens Allheim”, ma che lascia il profumo dell’innovazione nel compito affidato alle tastiere di espandere gli spazi del brano in un’alchimia irripetibile.

Molte notti sono insomma passate dall’uscita di questo album d’esordio, eppure tutt’oggi rimane tendenzialmente indiscusso il ruolo che ha avuto nella definizione di un nuovo linguaggio artistico il quale, facendosi forza con i suoi compagni d’arme, è riuscito a farsi strada sostanzialmente da solo nel proprio percorso seguendo un cammino ben preciso e connotato. Ma curiosamente, la sua unicità emerge forse soprattutto quando la si valuta nell’economia della prima fase compositiva della stessa band, la cui direzione artistica avrebbe preso di lì a poco una piega ben diversa. Il passaggio di repertorio e stile è fondamentalmente dovuto al cambiamento del nucleo di musicisti attorno al chitarrista Øystein Brun, per sempre mente compositrice del progetto, partendo con l’allontanamento di Roger Tiegs nel più vicino successivo e poi persino del cantante di lì a due album: il linguaggio per alcuni aspetti rimane lo stesso, ma la solidità della composizione e l’efficacia della struttura che fa così inscindibilmente dialogare le parti per contrasto difficilmente si sarebbero potute replicare alterando l’alchimia degli esecutori. Nonostante, infatti, la straordinaria riuscita del capolavoro “The Olden Domain” e il diverso approccio del sempre più Prog e melodico “The Archaic Course”, nessuno dei due né nessun altro capitolo a venire passato il millennio con “Quintessence” avrebbe mai più riproposto esattamente quell’equilibrio nella scrittura come in un debutto che, a distanza di ben tre decenni, non solo riesce quindi a mostrare il proprio carattere innovativo ed unico assolvendo alla funzione di apripista, ma anche la propria eccezionalità quale entità autonoma con la finalità, ben più ambiziosa e rischiosa, di condensare con la sua omonimia l’identità artistica di un gruppo che voleva sin dagli esordi dar vita ad un linguaggio unico. Che in un modo o nell’altro ci riesca ancora oggi non è un caso, come capita sempre con i fuoriclasse: il merito è essenzialmente dovuto proprio alla compresenza di molti degli elementi stilistici delle band coeve da cui provenivano appunto i vari membri che, convivendo in pace, hanno fatto sì che una sintesi irripetibile prendesse vita. Irripetibile appunto, unica ed eterna, e che di lì a poco la formazione avrebbe presto superato in favore di una poetica più personale, forse meno grintosa, ma forse via via meno immortale.

– Sara “Vesperhypnos” Cönt –

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